Melina Scalise

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23/02/2022, ore 05:32

 

Chi l’avrebbe detto che tutta la storia sarebbe cominciata da un nome: Carmela. Era il nome di mia nonna di uno di quei paesi del Sud che si portano dietro il ricordo di luoghi lontani come l’Albania e con esso le tradizioni e l’antica lingua arbereshe. Mia madre, anche lei calabrese, ma nata in un paese sulla costa tirrenica, fu costretta, per dovere di tradizione, a darmi questo nome già antico nei primi anni sessanta. Riuscì tuttavia a imporre solo una piccola innovazione: farmi chiamare, a casa, Melina. Fu forse per questo che da quel dì, in cui venni alla luce, conservo l’interesse per la tradizione, l’innovazione e le parole.

Nata a Milano non sapete quante volte, ho invidiato chi, nel dialetto, riusciva ad esprimere tutto quel piacere o dissenso del vivere che poco si lascia assaporare nella costrizione grammaticalmente di un italiano scolastico appreso per necessità di dialogo più che per bellezza e colore d’espressione.

Nella periferia milanese, durante il boom economico, la differenza regionale e dialettale non aveva molto di diverso dalla società interculturale di oggi. Ero tra bambini diversi per cultura, famiglia e soprattutto luoghi di vacanza. Eh sì perché allora, quando Milano, d’estate, diventava deserta in molti tornavano al Sud. Lì tutti avevano lasciato la casa e il cuore, mentre, nella grande città, in attesa del loro ritorno c’erano i grembiuli nelle fabbriche e nelle scuole. Forse pochi ricordano, ma allora c’erano le “divise di mestiere” e per sesso, perché a scuola si andava divisi per maschi e femmine con fiocco o cravattino blu o rosa. Insomma pochi giri di parole, transazioni, flessibilità e sfumature di sesso.

Come in tutte le famiglie di una volta, anche nella mia il progresso era riuscire ad avere un lavoro sicuro e far studiare almeno uno dei figli. Noi della periferia di città ci si sentiva immigrati in cerca di un posto alla regia, con tanta voglia di fare, di crescere, di ottenere quello che molti chiamavano: “una posizione”. Io amavo studiare, ma soprattutto, ascoltare le storie di mio nonno immigrato in Argentina e tornato in Italia, di mio padre andato da minorenne a Parigi in cerca di lavoro, di mia nonna contadina che riuscì a crescere sette figli, di mia mamma che stava poco con me e mia sorella perché lavorava tutto il giorno. Tuttavia visse momenti di soddisfazione e d’emancipazione soprattutto quando, in pieni anni settanta, riuscì a fare un lavoro da uomini: gestire un distributore di benzina con grande successo.

Di tutti i “sacrifici” dei miei familiari (così si chiamava il lavorare duro), non potevo che prendere buon esempio. Fu così che dopo una laurea in psicologia a pieni voti e con borsa di studio a Padova, mi avventurai nel mondo del lavoro grazie alla mia tesi in antropologia culturale: “Società dei consumi, società dei valori: una ricerca intergenerazionale”. Un giorno, un giornalista di una piccola testata mi intervistò e, dopo due giorni, ero io a scrivere e ad ascoltare storie. Ho fatto cronaca per quasi dieci anni, prima per testate locali e poi per il quotidiano Il Giorno per sette anni con esame di Stato per diventare giornalista professionista nel 1996. Erano tempi di giornalismo da strada, dove si consumavano le scarpe e si doveva trovare di corsa una cabina telefonica entro le 12.30 per segnalare le notizie ed entro le 18 si mandavano i pezzi in redazione dettandoli ai dimafoni. Non ci crederete, ma io la prima tastiera da personal computer l’ho usata facendo la tesi e poi al giornale mentre ci si guardava negli occhi con stupore su come il progresso tecnologico, specie nelle telecomunicazioni, stesse cambiando per sempre la professione del giornalista e il modo di comunicare tra le persone. Ci domandavamo: “Chissà dove arriveremo di questo passo”. Oggi lo sappiamo.

Dopo il lavoro giornalistico, dopo la gestione di un ufficio stampa, dopo sette anni come responsabile comunicazione di un gruppo industriale avevo imparato di me che ogni sette anni era tempo di cambiare. Lo feci aprendo un centro culturale, Spazio Tadini, a Milano. Qui ho coltivato e coltivo parole, visioni, musica, relazioni, progetti, ideali perché la parola cultura, etimologicamente, conserva tutta la fatica del coltivar la terra. Per questo è un lavoro di fatica anche se non sempre tutti lo ricordano, ma io e mio marito lo sappiamo bene perché abbiamo aperto alla città le porte di casa nostra per mostrare quella che chiamano una Casa Museo, dove si guarda un’opera, si ascolta un concerto, si coltiva un pensiero e il museo diventa una cosa (casa) viva. Vivo così tra immagini e parole studiando in particolare Emilio Tadini (pittore e scrittore di cui curo l’archivio) mentre mio marito fa il fotografo e mio figlio il producer e consulente musicale.

Se volete leggermi l’ultimo mio lavoro è un libro di favole per “cullare” l’immaginazione dei grandi che amano della notte il sogno e del sogno il risveglio: Favole della notte pubblicato da Oltre edizioni. Ebbene sì, il destino ha voluto che trovassi un editore che volesse andare “oltre”, di nome e di fatto, perché vi proponiamo parole che tornano, giocano, trascendono, cadono, si elevano, raccontano e spero tanto che possano non lasciarci mai perché le parole hanno bisogno di noi.

SOLO TRE DOMANDE

  • Mi de­scri­vo con solo tre ag­get­ti­vi
    • Curiosa.
    • Romantica.
    • Tenace.
  • Il solo even­to che mi ha cam­bia­to la vita
    • La nascita di mio figlio Francesco.
  • Solo un link so­cial­men­te uti­le
    • https://www.pizzaut.it/ -Un progetto di inclusione sociale per ragazzi autistici che hanno aperto una pizzeria e oltre all'esperienza imprenditoriale stanno portando avanti un progetto di vita e sono un esempio per molti Se l'unione fa la forza, la determinazione fa la differenza
      che neanche sapevamo di avere.

SOLO QUALCHE IMMAGINE di melina scalise

solo qualche immagine del libro Favole della notte

 


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